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"La Città in Crescita" è un progetto che mira a costruire una "Comunità Educante" nell’ambito del Sistema Integrato zero-sei sul territorio della città di Salerno. L’obiettivo dell’iniziativa, promossa da diversi stakeholder locali e nazionali – tra cui Percorsi di secondo welfare – grazie al supporto di Fondazione Banco di Napoli per l’Assistenza all’infanzia, è immaginare servizi sempre più adeguati alle esigenze dei più piccoli tramite il coinvolgimento degli attori territoriali che a vario titolo sono interessati al tema.

In questo senso il progetto, tra le varie attività previste, propone un ciclo di seminari, curati da esperti del tema zero-seri, aperti a educatori, insegnanti, genitori, referenti educativi e coordinatori dei servizi per l’infanzia.

Il 30 novembre (e non il 29 come inzialmente previsto) si svolgerà il sesto e ultimo appuntamento (qui l’elenco completo) sul tema "I Modelli di Attivazione della comunità educante: l’esperienza Toscana". Il momento sarà coordinato da Claudia Calafati, Direttrice Area Educazione del Gruppo Cooperativo Co&So Toscana. L’abbiamo intervistata chiedendole di anticiparci i principali temi che tratterà nel suo intervento.


Nel corso del suo intervento lei porterà l’esperienza della Toscana nell’attivazione della comunità educante. Ci può anticipare qualche aspetto di questa esperienza e spiegarci perché può essere un buon esempio anche per altre Regioni del nostro Paese?

La peculiarità dimostrata dai servizi educativi all’infanzia Toscani si caratterizza nel farsi luogo di incontro e costruzione di relazioni significative tra le famiglie, proponendo una sfida culturale e metodologica a chi si occupa di questi luoghi e li vive quotidianamente come impegno educativo e professionale. La cura delle competenze relazionali e delle abilità sociali rappresenta un focus metodologico che viene ampiamente sostenuto nelle Linee Guida Toscane all’educazione, sia in senso intergenerazionale (anziani, adulti, adolescenti, infanzia) che interculturale (con la presenza di famiglie di antica e recente migrazione e di diversa estrazione sociale).

Soffermare l’attenzione su una interpretazione attenta della cultura dell’infanzia e dei bisogni che emergono dai nostri bambini nella società contemporanea è la base per co-costruire, con le famiglie che frequentano i servizi educativi, una cultura della cura e dell’inclusione in prospettiva solidale e partecipativa. La presenza delle famiglie e dei genitori nei nidi e nelle scuole dell’infanzia permette di orientare una comunità verso esperienze di condivisione del bene comune e di partecipazione attiva e democratica a sostegno di processi di inclusione sociale. Un antico proverbio africano “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” esprime a pieno l’idea di comunità educante: creare lo spazio perché questo “villaggio “possa maturare e dimostrare le proprie risorse affettive e di solidarietà prendendosi cura, prima di tutto, della propria infanzia.

Nella nostra esperienza specifica, in qualità di soggetto attivo del privato sociale in Toscana, stiamo sostenendo questa idea di comunità educante, attraverso la realizzazione di un progetto nazionale, “Family Hub: mondi per crescere”. Il progetto, finanziato, nell’ambito del Bando Prima Infanzia, promosso dalle Fondazioni Bancarie e rappresentate dall’impresa sociale “Con i Bambini”, prevede azioni di supporto alle famiglie più fragili, con un’attenzione alle famiglie straniere, in un’ottica di ampliamento dell’offerta educativa, per aumentarne l’accesso e la permanenza nei servizi educativi, secondo criteri di flessibilità e individualità. All’interno del progetto sono previste diverse azioni, in e out, inteso come dentro e fuori dai servizi educativi, mirate e creare un nuovo modello di aggancio e di ingaggio delle famiglie nell’ottica di allargare sempre di più la comunità educante.

Tra le azioni messe in campo, preme segnalare: uno Sportello di Ascolto per le famiglie “diffuso”, per raccoglierne i bisogni e indirizzarli verso i servizi pubblici e privati del territorio, promuovendo l’empowerment e la capacità di entrare a far parte di una comunità educante; servizi integrativi, come spazi gioco e centro bambini e famiglie; attività informali realizzate in luoghi all’aperto (es. giardini pubblici) rivolti a famiglie e bambini; coinvolgimento delle famiglie in attività culturali, presso Musei/Teatri ma anche fuori da contesti formali, offrendo la possibilità di passeggiare per la città con percorsi di orienteering.

Il partenariato coinvolto è numeroso e espressione di competenze differenti, in una logica Toscana di creazione di reti e legami che mettono insieme pubblico-privato sociale, cultura-educazione, sociale-sanitario, consapevoli che sono nello scambio tra modelli e strumenti differenti è possibile promuovere un welfare generativo.

In linea generale qual è il suo punto di vista sull’attuale stato di attuazione della riforma sullo zero-sei nel nostro Paese?

La riforma sullo zero-sei appare ancora molto incerta rispetto alla possibilità di attuazione ed esistono difficoltà oggettive che ci troviamo a dover gestire nel prossimo futuro, come ad esempio la dimensione quantitativa dell’offerta del settore zero-tre, ancora lontana dagli obiettivi europei stabiliti dal Consiglio Europeo nel 2002. Il Consiglio, riunito a Barcellona, aveva infatti stabilito 2 obiettivi in termini di diffusione di servizi per l’infanzia, tra cui i nidi d’infanzia. Gli stati membri devono impegnarsi ad offrire questi servizi, da un lato, ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni (obiettivo che riguarda la presenza di nidi d’infanzia e di servizi per la prima infanzia); dall’altro ad almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (obiettivo che in Italia riguarda le scuole per l’infanzia).<

Sul primo fronte, quello dei nidi d’infanzia e dei servizi per la prima infanzia, il legislatore italiano ha integrato l’obiettivo del 33% anche nella normativa nazionale. Il decreto 65 del 2017 all’articolo 4 infatti recita: “Lo Stato promuove (…) il progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale – Dlgs 65/2017”. L’obiettivo del 33% è quindi parametrato in chiave nazionale, ma lo stesso legislatore ha fissato come metodo il perseguimento di un riequilibrio territoriale nell’offerta di servizi per la prima infanzia, per ridurre i territori carenti o privi di offerta.

Un’altra forte criticità, infatti, è rappresentata da una reale disuguaglianza territoriale nella distribuzone della povertà educativa. Il tasso di povertà materiale ed educativa dei bambini è in aumento e ai primi posti dell’IPE, l’indice di povertà educativa 2018, calcolato da Save the Children, troviamo Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Molise. Alla stessa disuguaglianza in termini di povertà educativa, corrisponde una diseguale presenza dei servizi educativi che va dal 6,4% della Campania al 40% della Valle d’Aosta.

La crescita dell’offerta di servizi, che deve mantenere la necessaria qualità, e riguardare prioritariamente proprio le Regioni del Sud, è fortemente frenata dai finanziamenti disponibili, frammentati e straordinari: attualmente i costi continuano a gravare principalmente sui bilanci dei comuni e delle famiglie, e anche i finanziamenti del nuovo Piano di azione nazionale pluriennale, non sembrano sufficienti per raggiungere e consolidare i livelli di copertura previsti dagli obiettivi.

L’ultimo aspetto critico riguarda l’integrazione del sistema e la relativa governance, una integrazione che deve essere declinata a vari livelli: integrazione tra pubblico e privato, tra nidi tradizionali e servizi integrativi, tra Nord e Sud, tra Stato, Regioni e Comuni, tra sociale ed educativo, tra obiettivi di conciliazione e diritti dei bambini, tra profili professionali di educatori ed insegnanti.

Questi elementi di criticità evidenziano ancora come la piena realizzazione del Sistema integrato richieda una governance multilivello, fondata su basi conoscitive solide ed aggiornate e supportata da una attività di monitoraggio continua e coordinata, basata su dati completi, esaustivi, aggiornati e tempestivi, che diano conto della effettiva ed efficace crescita di opportunità educative di qualità e, a partire dai contesti più svantaggiati, siano in grado di “consentire a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori” (Comunicazione della Commissione Europea n. 66 del 17 febbraio 2011).

Quali sono a suo avviso gli aspetti su cui occorrerebbe intervenire prioritariamente affinché lo zero-sei diventi un vero elemento di forza per il sistema educativo italiano?

Ci sono due aspetti prioritari a mio avviso su cui occorre lavorare attivamente per sostenere lo sviluppo di una cultura zero-sei nel nostro Paese.

Il primo aspetto riguarda la formazione del personale, sia in termini di formazione in ingresso, e quindi titoli di studio che ad oggi risultano frutto di due percorsi universitari paralleli, sia in termini di formazione continua.

Riguardo i titoli di studio, preme segnalare che al momento un’educatrice con il titolo di Scienze dell’infanzia se volesse lavorare sia in un nido che in una scuola dell’infanzia (ipotizzando un modello organizzativo innovativo a garanzia di un reale percorso di continuità educativa) dovrebbe fare un esame di accesso al percorso di laurea in Scienze della Formazione Primaria e una volta superato, ai 3 anni di Scienze dell’Infanzia dovrebbe aggiungere altri 3 anni di studio nel percorso di Scienze della Formazione Primaria. Lo stesso percorso di 6 anni lo dovrebbe affrontare un’insegnante laureata in Scienze della Formazione Primaria che ai 5 anni di studi nel suo percorso, dovrebbe aggiungere un ulteriore anno di specializzazione per lavorare nei Nidi d’infanzia. Quindi, al momento, in entrambi i casi i tempi di formazione sono lunghi e slegati e inadeguati a sostenere una politica di diffusione di Poli e Centri zero-sei.

La formazione continua rappresenta una leva importante per creare un modello organizzativo ed anche pedagogico/educativo/didattico condiviso tra zero-tre e tre-sei. Se vogliamo immaginare la continuità educativa, al di là dei vincoli attuali dei titoli di studio, dobbiamo e possiamo promuovere percorsi di ricerca-azione partecipativi che possano coinvolgere educatrici/ori, insegnanti per costruire ponti orientati in entrambe le direzioni: le insegnanti di scuola dell’infanzia devono volgere lo sguardo non solo verso la primaria ma anche indietro verso il Nido, riconoscendone il valore pedagogico ed educativo, il Nido ha bisogno di guardare in avanti individuando e riconoscendo nel percorso successivo continuità e discontinuità.

Il secondo aspetto prioritario riguarda la valorizzazione di tutte quelle esperienze di continuità che già si realizzano in tutto il Paese e che possono rappresentare con le loro buone prassi, modelli da diffondere e condividere in un lavoro necessario di stesura di Linee Guida Nazionali per lo zero-sei

In questo senso il primo step potrebbe muovere dal basso (rispetto alla centralità acquisita dal MIUR), ed essere rappresentato da un lavoro, promosso da ogni Regione e a cascata da ogni Comune o Coordinamento Zonale, di rilevazione e documentazione delle esperienze, con particolare riferimento ai modelli organizzativi e pedagogici/educativi. Alcuni dei principi su cui trovare Linee Guida comuni tra Regioni sono: la partecipazione delle famiglie, la dotazione del personale educativo, i tempi di compresenza, la formazione continua in servizio, la funzione di coordinamento pedagogico, la promozione della sicurezza e del benessere delle bambine e dei bambini, le modalità di organizzazione degli spazi interni ed esterni.

In questa cornice è auspicabile che possono essere programmati e realizzati tavoli regionali interistituzionali e tavoli tra Regioni di concertazione e di condivisione di nuovi regolamenti dei servizi educativi zero-sei da realizzarsi attraverso “accordi auto-vincolanti tra le regioni e approvati in sede di Conferenza unificata, individuando degli standard comuni coerenti con la finalità del sistema integrato di garantire la qualità dell’offerta educativa in tutto il Paese”.